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Lombardi
di origine, quasi certamente bergamaschi, i Miniscalchi
giunsero a Verona negli anni della dominazione viscontea
(1387-1404).
Capostipite del ramo veronese del casato fu Zanino:
figura tipica della società italiana basso-medievale,
egli riuscì ad associare all'avita pratica della
mercatura la costituzione e la gestione di un ragguardevole
patrimonio fondiario.
Nel 1407 Zanino Marescalcus, residente in Verona
nella contrada di San Benedetto - che si estendeva a
Occidente di piazza Erbe e che comprendeva anche l'attuale
via San Mammaso, dove si trovano i palazzi di famiglia
- ottenne la cittadinanza veronese. La sua presenza
in città va dunque fatta risalire di almeno un
decennio, come prescrivevano gli Statuti per i forestieri
che aspiravano alla concessione della cittadinanza.
Al terzo decennio del secolo XV risale l'acquisto da
parte di Zanino Miniscalchi del vicariato di San Zeno
in Mozzo presso Mozzecane, in territorio veronese al
confine con quello mantovano, seguito da altri numerosi
acquisti nel territorio e da cospicui investimenti immobiliari
nella contrada di residenza.
Nel corso di una generazione la famiglia Miniscalchi
abbandonò definitivamente la mercatura e si dedicò
agli investimenti fondiari. Nel 1425 essa venne aggregata
al "Nobile Consiglio" della città di
Verona. L'esigenza di abitare in una casa consona con
il livello economico acquisito e con le parentele contratte
si fece avvertita nei figli di Zanino; tanto più
che uno di essi, Vianino juniore, conseguì la
laurea in diritto, segno dell'indiscutibile ascesa sociale
della famiglia.
La facciata
dipinta di palazzo Miniscalchi di via San Mammaso
in una litografia acquerellata di Pietro Nanin (Verona,
1864).
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L'avvio
della costruzione del palazzo di via San Mammaso deve
datarsi nell'ultimo quarto del secolo. Il nuovo edificio
inglobò una preesistente casa trecentesca con
loggiato terreno, di cui sono stati portati in luce
i resti nella portineria dell'odierno Museo.
La facciata del palazzo fu concepita come una solenne
quinta aperta da un portale fortemente strombato e da
diciotto finestre: sei monofore a ogiva e due grandi
bifore trilobate al primo piano, sei monofore a ogiva
al secondo piano, che furono rivestite da paramenti
lapidei.
Di poco posteriore è la costruzione della grandiosa
cappella di famiglia nella chiesa di S. Anastasia: nel
1506 Alvise Miniscalchi, dopo aver scartato i progetti
di diversi artisti, tra cui Liberale da Verona e Giovanni
Maria Falconetto, affidò l'incarico ad Angelo
di Giovanni, noto per i suoi interventi nel cantiere
della Loggia del Consiglio in piazza dei Signori, nella
facciata della chiesa di San Tomaso Cantuariense e in
altre chiese cittadine e quasi certamente autore anche
del progetto della facciata del palazzo Miniscalchi
di via San Mammaso.
Cappella Miniscalchi nella chiesa di S. Anastasia in
Verona.
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Più
volte, nel corso dei secoli, membri della famiglia Miniscalchi
sostennero i primi onori municipali. Molti furono i
matrimoni prestigiosi che legarono la famiglia ad altre
cospicue casate.
Si ricordano in particolare il matrimonio di Marcantonio
Miniscalchi con Teresa Moscardo (1785), la quale portò
in dote, tra l'altro, parte dell'avito "Museo"
domestico riunito da Ludovico Moscardo (Verona, 1611-1681),
il maggiore erudito veronese del Seicento. .
Storicamente anche più rilevanti furono le nozze
di Luigi Miniscalchi, figlio di Marcantonio, che nel
1808 sposò Marianna Erizzo, una delle tre ultime
discendenti della famiglia dogale veneziana. Dal matrimonio
nacque Francesco, uomo insigne per interessi culturali
e per attività politica. Membro del Parlamento
fu anche suo figlio Marcantonio Abdallah (1844-1906),
che nella Seconda guerra d'Indipendenza rimase ferito
combattendo nelle file dell'Armata sarda.
Con i suoi figli Franco (1879-1919), Mario (1881-1957),
Emilio (1885-1971) ed Erminia (1891-1958), scomparsi
rispettivamente a Washington, a Verona, a Santiago del
Cile e a Chambèry, la famiglia Miniscalchi-Erizzo
si è estinta in linea maschile diretta.
Stemma della famiglia Miniscalchi-Erizzo.
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Lo stemma
del casato, in termini araldici, si descrive come uno
stemma partito: nel primo d'argento al roveto ardente,
circondato da tre fasce d'edera verde; nel secondo d'azzurro
alla banda di oro caricata di un porcospino e della
lettera E di nero nel senso della banda; coronato con
corona comitale.
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